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Capitolo 14 – Il risveglio
L’ambulanza correva sirene spiegate lungo i viali bordati di pini, le sirene aprivano la strada dal traffico del mattino. Max e Lele, stretti nella Cinquecento Abarth con Lisa e Sara, inseguivano ogni curva, il cuore che batteva forte, le mani che tremavano.
Appena arrivati al pronto soccorso, furono bloccati da infermieri e barellieri che corsero dentro con Alex. Un corridoio lungo, luci led, porte che sbattevano. Una stretta al petto: nessuno di loro riusciva nemmeno a parlare.
All’accettazione chiesero dove fosse il ricovero per i traumi toracici; un’infermiera indicò un reparto critico. Aspettarono fuori, immersi in un silenzio carico di emozioni. Ogni tanto Lisa copriva la bocca con le mani, Sara piangeva silenziosamente. Max camminava avanti e indietro; Lele guardava il pavimento, cercando di tenere insieme i pezzi di quel sogno che pareva frantumato. Più tardi arrivò anche Giulia che si fiondò da Lisa «Mamma come sta Alex?», «Ancora non si sa niente amore. Aspettiamo e speriamo bene.»
Finalmente un medico uscì: volto stanco, sguardo serio. «Signori, vi prego, restate calmi.» Fece una pausa per guardare i loro occhi. «Alex ha subito un forte colpo toracico, la decelerazione è stata violenta. Abbiamo riscontrato quattro costole incrinate, forti contusioni polmonari, stiamo monitorando la funzione respiratoria, e un lieve trauma cranico da impatto, ma per fortuna nessuna lesione al cervello.»
Lisa spalancò gli occhi, Sara si coprì la bocca. «Lo abbiamo sedato per proteggerlo dallo shock,» continuò il medico, «vuole dire che è sotto sedazione profonda: non si sveglierà per qualche tempo. Ma lo teniamo sotto stretto controllo: pressione, parametri vitali, saturazione. Non possiamo prevedere esattamente quando si sveglierà.»
Passarono le ore come minuti. I cellulari spenti, il corpo rigido dell’attesa. Max stava con una mano sulla parete, Lele con gli occhi socchiusi, pronunciando a mezza voce parole di speranza. Lisa e Sara restavano accanto, unite, guardando ogni porta del corridoio sperando che si aprisse.
Il giorno dopo: controlli radiografici, esami del sangue, tac. I medici tornarono: non ci sono complicazioni gravi, il polmone sinistro è leggermente collassato da contusione, ma non c’è pneumotorace. Gli analgesici e la ventilazione assistita stanno facendo il loro dovere. «Tenete duro,» dissero, «la sedazione può proseguire ancora stanotte. Se va tutto bene, fra stanotte e domani potrebbe iniziare a respirare da solo e svegliarsi.»
La seconda notte fu la peggiore. Il silenzio rotto solo dal bip delle macchine. Lisa non chiuse occhio: restava seduta su una sedia dura, gli occhi fissi sulla porta della sala operatoria-chirurgia. Max dormiva in piedi, appoggiato al muro. Lele parlava sommessamente con Giulia: «Ti credo che non ci capisci niente, ma bisogna aver fede… lui sta lottando.»
Poi la mattina seguente: un’infermiera li chiamò piano. «Si è mosso… si è mosso leggermente. È un segnale buono.» Cuori che si fermarono e ripresero a battere.
Passarono le ore, i medici entrarono di nuovo: «Sta reagendo bene, parametri in miglioramento. Possiamo abbassare la sedazione fra qualche ora. Le costole però fanno male, ogni respiro gli provoca dolore, ma è parte della guarigione.»
Nel pomeriggio, Alex aprì gli occhi. Fu un attimo: un respiro profondo, un movimento del polso. Lele e Max si precipitarono al suo capezzale, Lisa piangeva di sollievo. «Siamo qua… siamo qua, bocia,» mormorò Lele, stringendo la mano di Alex. E per un attimo il mondo tornò vero.
Capitolo 15 – Rinascita
Quando Alex riaprì gli occhi, la luce bianca della stanza lo accecò per un momento. Il bip costante dei monitor e il rumore dei passi nel corridoio lo riportarono lentamente alla realtà. Cercò di muoversi, ma un dolore sordo al torace gli ricordò l’impatto. Poi sentì una voce familiare, tremante ma piena di sollievo. «hai fatto paura a mezza provincia.» Era Lele, con gli occhi lucidi. Accanto a lui, Max cercava di sorridere, ma la tensione gli rigava il volto. Alex provò a parlare, ma riuscì solo a sussurrare: «La macchina… com’è messa?» Lele sospirò. «Sta tranquillo. Adesso pensa a te, che la belva ha preso una bella legnata.»
I giorni seguenti furono lenti, tra visite, controlli e fisioterapia. A seguirlo c’era Katerina, una tirocinante di fisioterapia di origini greche: capelli castani, occhi chiari e un accento dolce che rendeva sopportabili anche gli esercizi più duri. All’inizio si parlavano poco, poi giorno dopo giorno l’intesa crebbe, fatta di battute, incoraggiamenti e silenzi che dicevano più di mille parole. Lei era la calma dopo la tempesta, e lui trovava nei suoi sorrisi la forza di spingere un po’ di più ogni giorno.
Intanto, Max e Lele avevano caricato ciò che restava della 328 sul carrello e l’avevano riportata da Mario Motorsport. Quando Mario vide la carcassa contorta, scosse la testa con un espressione amara e, con il suo solito tono tra il serio e il beffardo, disse solo: «Ve l’avevo detto che pretendeva rispetto… sennò vi castigava.» Lele rimase in silenzio, guardando i segni dell’impatto sul telaio. «La rimetteremo in piedi, prima o poi,» mormorò. Mario sospirò. «Questa no, ragazzi. Questa ha dato tutto.»
Il capanno rosso, senza la macchina e senza il rumore degli attrezzi, sembrava vuoto. Lele ci passava lo stesso, ogni tanto, a sistemare qualcosa, a spazzare via la polvere, come se pulendo il pavimento potesse far tornare anche i sogni. Max ogni tanto lo raggiungeva, portava due birre e si sedevano in silenzio, guardando il banco da lavoro. «è strano sto posto senza il bocia,» disse una sera. «Sì,» rispose Lele, «ma tornerà. E magari, quando torna, gli mettiamo a posto un’altra belva.»
Due mesi dopo, Alex camminava di nuovo con passo deciso, lo sguardo più maturo, la cicatrice quasi sparita. Katerina lo seguì fino all’ultima seduta. «Ti sei ripreso in fretta,» gli disse sorridendo, «ma ricordati: la testa prima del piede, sempre.» Lui rise. «E il cuore prima di tutto, no?» Lei arrossì, poi gli sfiorò la mano. Non servivano altre parole.
Quella sera, al capanno, Lele e Max lo aspettavano. Tre birre sul tavolo, la radio accesa piano. Quando Alex entrò, Lele si alzò in piedi e gli tese la mano. «Bentornato a casa, pilota.» Alex guardò il carrello vuoto e il posto dove un tempo stava la 328. Sorrise piano. «è ora di pensare ad un’altra macchina,» disse. Lele lo fissò e sorrise. «Magari questa volta, la tratti con più rispetto.» E tra una risata e un brindisi, nel silenzio della campagna, nacque di nuovo quel sogno che nessun incidente avrebbe potuto spegnere.
Capitolo 16 – L’estate del cuore
Era maggio, e la primavera aveva portato con sé un’aria diversa. Alex non era più lo stesso ragazzo che fino a pochi mesi prima viveva di motori, serate e battute da casanova. Qualcosa dentro di lui era cambiato. Forse era stata la paura, forse la fragilità scoperta in quell’ospedale, o forse, più semplicemente, Katerina.
Da quando si era dimesso, continuava a pensare a lei. Non come alle altre. Non c’era quella foga da conquista, ma un bisogno vero di rivederla, di sentirla parlare, di guardarla negli occhi. Così un pomeriggio prese il coraggio a due mani e si presentò in reparto, inventandosi la scusa di dover consegnare dei documenti che aveva “dimenticato di firmare”. In mano, un mazzo di rose rosse.
Quando lei lo vide, restò per un attimo immobile. Poi il suo viso si illuminò in un sorriso. «Non mi pare che i pazienti portino i documenti con le spine,» disse scherzando. Alex si grattò la testa, un po’ impacciato, cosa più unica che rara per lui. «Eh… diciamo che mi mancava la fisioterapista.» Lei rise, e quel suono leggero sembrò cancellare in un attimo i mesi bui.
Da quel giorno cominciarono a vedersi fuori. Un caffè, una passeggiata, poi una cena. Non era la solita storia da bar: con Katerina Alex si trovava bene anche nel silenzio. Lei gli parlava della Grecia, del mare e del vento dell’Egeo, dei tramonti che coloravano tutto di oro. Lui ascoltava, come incantato. E per la prima volta portò una ragazza in famiglia. Quando si presentò un sabato sera a casa di Lele dove lo aspettavano per la classica grigliata sotto al porticato, c’erano già tutti li, Max e Lele indaffarati a togliere la carne pronta dalle braci, Lisa e Sara che preparavano il grande tavolo, Giulia che appendeva trecce di luci modello sagra, I figli di Max che correvano dietro al Pastore Tedesco di Giulia che ormai non sapeva più dove nascondersi. Appena Alex e Katerina scesero dall’auto l’aria si fermò, non se l’aspettavano, il bocia aveva portato una ragazza in famiglia!
Fu la serata che segnò il ritorno della serenità, accompagnata da un tramonto che dipingeva di giallo e arancio l’orizzonte veneto.
A luglio, quasi per scherzo, lei gli propose di partire insieme per un mese in Grecia, a conoscere la sua famiglia. «Mia madre cucina meglio di Lisa,» disse ridendo, «ma non dirglielo mai.» Alex ci pensò un istante, poi rispose con la sua solita ironia: «Se c’è il mare e una tavola calda, io sono già lì.»
E così, una mattina d’estate, con un trolley e un sorriso vero, Alex salì sull’aereo con Katerina. Per la prima volta nella sua vita, non stava inseguendo una gara, ma qualcosa di molto più difficile da raggiungere: la felicità.
Capitolo 17 – L’E36 di Nikos
Il sole di fine pomeriggio colava lento sui tetti bianchi del villaggio.
Alex si era ambientato bene in Grecia. Lavorava a distanza con l’Italia, ma le giornate le trascorreva spesso con Katerina e la sua famiglia.
C’erano silenzi pieni di mare, pranzi lunghi, risate semplici.
Una sera, mentre il vento portava l’odore del fico maturo, Katerina raccontò al padre la disavventura di Alex, la passione per le corse, l’incidente, e quel sogno lasciato a metà.
Nikos ascoltò senza dire una parola. Il viso segnato dal sole e dal lavoro, lo sguardo di chi ne ha viste molte ma non ha smesso di credere nei motori e negli uomini.
Il commercio della frutta con l’Italia gli aveva dato una vita agiata, ma lui non aveva mai perso l’odore della terra e della benzina.
In Alex riconobbe qualcosa di sé stesso da giovane: la fame di riscatto, il bisogno di finire ciò che era rimasto sospeso.
Il giorno dopo, con un cenno del capo, gli disse solo: «Vieni.»
Attraversarono il cortile, poi un cancello in ferro che cigolava piano.
Dietro, un garage grande come un piccolo hangar. La luce filtrava a lame attraverso le fessure del tetto, disegnando l’aria di polvere e metallo.
Lì dentro, tra le fuoriserie coperte da teli, c’era lei.
Una BMW E36 bianca, nuova di zecca. Solo telaio e carrozzeria, lucidi come porcellana.
Il resto, sospensioni, cerchi, un cruscotto in attesa, sparsi su un banco da lavoro come promesse non mantenute.
Nikos passò una mano sul cofano.
«Doveva correre. Ma il tempo…» fece una pausa, poi sorrise «il tempo corre più veloce delle auto.»
Da una cassa di legno, tirò via il telo che lo copriva.
Dentro, imballato e intatto, il motore: un sei cilindri in linea Superturismo, arrivato dalla Germania anni prima. Ancora l’etichetta d’origine, ancora il grasso protettivo sulle guarnizioni.
Un cuore mai acceso.
Alex restò immobile. Solo gli occhi si muovevano, seguendo ogni dettaglio.
Nikos lo osservava di lato, silenzioso, come un meccanico che aspetta la scintilla.
«Portala in Italia,» disse infine. «Finisci quello che hai cominciato.» Alex lo guardò, non disse niente, gli porse la mano, Nikos ricambiò. quel gesto, quella stretta di mano valeva piu di mille parole.
Un rumore di gabbiani fuori, poi il silenzio.
Solo la luce che cadeva sull’auto, e l’odore d’olio e salsedine.
Lì, in quell’angolo di Grecia, un sogno tornava a respirare.
Una sola cosa restava da fare.
Una telefonata in Italia.